Ho visto “La Classe” (titolo originale “Entre les murs”) dal romanzo omonimo di François Bégaudeau, regia di Laurent Cantet.
Girare un film sulla scuola di oggi è come realizzare la trilogia della Divina Commedia: troppo riduttivo e troppo difficile. Ci cono mille modi diversi di testimoniare i ragazzi di oggi, i loro disagi, quelli dei professori inadeguati e impreparati, quelli delle loro famiglie allargate e spaesate. Si rischia di esagerare con il realismo o di romanzare troppo.
Girare un film sulla scuola di oggi è come realizzare la trilogia della Divina Commedia: troppo riduttivo e troppo difficile. Ci cono mille modi diversi di testimoniare i ragazzi di oggi, i loro disagi, quelli dei professori inadeguati e impreparati, quelli delle loro famiglie allargate e spaesate. Si rischia di esagerare con il realismo o di romanzare troppo.
Il vuoto generazionale esponenziale è il vero protagonista di questo film, insieme all’individualismo dei professori, troppo fragili e sentimentali.
Diceva Vittorio Sgarbi che per distrarre i giovani dagli stupefacenti (leggi da tutto ciò che sublima artificialmente la realtà), dobbiamo essere noi stupefacenti. E con quel noi si riferiva a tutte quelle agenzie che si impegnano nella formazione e nel supporto alla crescita dei ragazzi.
Mi aspettavo un film più forte. Più energico. Forse qualcosa alla “L’attimo fuggente” dove alla fine, attraverso il dramma, lo scontro generazionale, il contrasto personale, c’è crescita vera, c’è un vero insegnamento positivo, c’è una trasmissione di quei valori che stanno alla base della società, della famiglia, della scuola, della compa, della vita intera. Uno su tutti il rispetto (per se stessi e per gli altri), unica, dura, difficile e apparentemente impopolare condizione necessaria per vivere una vita migliore.
Ma in una società come la nostra, globalizzata, multietnica e multilingue, non è più così semplice. Non basta salire in piedi su un banco e parlare di Whitman, di Lorca, di Joyce o di Milton per catturare la debole attenzione degli studenti. Magari non di tutti, ok, non generalizziamo, ma non deve essere uno scherzo, in ogni caso. Già la semplice comunicazione tra le persone inciampa sulla sua stessa base: la lingua. E non solo per ignoranza grammaticale, soprattutto per scarsa padronanza o indolenza o semplicemente per la diversa provenienza delle famiglie dei protagonisti.
Primi piani e spazi ristretti, nonostante le geografie degli studenti siano tutt’altro che soffocanti, è un film asciutto e allo stesso tempo ricchissimo che dall’interno di un’aula di scuola media racconta una società disorientata e disorganica che si ritrova imprigionata in un’ ideologia egualitaria che mette pericolosamente insegnanti e allievi tredicenni sullo stesso piano.
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Diceva Vittorio Sgarbi che per distrarre i giovani dagli stupefacenti (leggi da tutto ciò che sublima artificialmente la realtà), dobbiamo essere noi stupefacenti. E con quel noi si riferiva a tutte quelle agenzie che si impegnano nella formazione e nel supporto alla crescita dei ragazzi.
Mi aspettavo un film più forte. Più energico. Forse qualcosa alla “L’attimo fuggente” dove alla fine, attraverso il dramma, lo scontro generazionale, il contrasto personale, c’è crescita vera, c’è un vero insegnamento positivo, c’è una trasmissione di quei valori che stanno alla base della società, della famiglia, della scuola, della compa, della vita intera. Uno su tutti il rispetto (per se stessi e per gli altri), unica, dura, difficile e apparentemente impopolare condizione necessaria per vivere una vita migliore.
Ma in una società come la nostra, globalizzata, multietnica e multilingue, non è più così semplice. Non basta salire in piedi su un banco e parlare di Whitman, di Lorca, di Joyce o di Milton per catturare la debole attenzione degli studenti. Magari non di tutti, ok, non generalizziamo, ma non deve essere uno scherzo, in ogni caso. Già la semplice comunicazione tra le persone inciampa sulla sua stessa base: la lingua. E non solo per ignoranza grammaticale, soprattutto per scarsa padronanza o indolenza o semplicemente per la diversa provenienza delle famiglie dei protagonisti.
Primi piani e spazi ristretti, nonostante le geografie degli studenti siano tutt’altro che soffocanti, è un film asciutto e allo stesso tempo ricchissimo che dall’interno di un’aula di scuola media racconta una società disorientata e disorganica che si ritrova imprigionata in un’ ideologia egualitaria che mette pericolosamente insegnanti e allievi tredicenni sullo stesso piano.
1 commento:
anche io lo vgio vedere! anche se questo w e ho ceduto all'ultimo di woody allen..non potevo mancare..la storia non è superba, anche se io sono di parte, tuttavia ci sono una penelope cruz e soprattutto una barcellona meravigliose. in questo sono certa che ti piacerebbe, nel resto non so, forse no. ma l'atmosfera vale il film. fa venire volgia di trasferirsi immediatametne e passare il resto della propria vita a barcellona...
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