venerdì 31 ottobre 2008

finale con ...botta

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fine mese, fine settimana, fine prefiera. lunedì si parte. milano.
stamattina quando sono arrivato in ufficio, il mio capo parlava con il mio collega. ecco lui ad esempio è uno che frega, vedi? (risatine in sottofondo) io? si perchè te sembri più vecchio, sei più da famiglia (beh ma è perchè lui non è sposato, ha i capelli più lunghi, e la felpa di baci&abbracci)... tu sei più riflessivo.
... lui ivece è uno da una botta e via.
(...)
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mercoledì 22 ottobre 2008

La Classe

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Ho visto “La Classe” (titolo originale “Entre les murs”) dal romanzo omonimo di François Bégaudeau, regia di Laurent Cantet.

Girare un film sulla scuola di oggi è come realizzare la trilogia della Divina Commedia: troppo riduttivo e troppo difficile. Ci cono mille modi diversi di testimoniare i ragazzi di oggi, i loro disagi, quelli dei professori inadeguati e impreparati, quelli delle loro famiglie allargate e spaesate. Si rischia di esagerare con il realismo o di romanzare troppo.
Il vuoto generazionale esponenziale è il vero protagonista di questo film, insieme all’individualismo dei professori, troppo fragili e sentimentali.

Diceva Vittorio Sgarbi che per distrarre i giovani dagli stupefacenti (leggi da tutto ciò che sublima artificialmente la realtà), dobbiamo essere noi stupefacenti. E con quel noi si riferiva a tutte quelle agenzie che si impegnano nella formazione e nel supporto alla crescita dei ragazzi.

Mi aspettavo un film più forte. Più energico. Forse qualcosa alla “L’attimo fuggente” dove alla fine, attraverso il dramma, lo scontro generazionale, il contrasto personale, c’è crescita vera, c’è un vero insegnamento positivo, c’è una trasmissione di quei valori che stanno alla base della società, della famiglia, della scuola, della compa, della vita intera. Uno su tutti il rispetto (per se stessi e per gli altri), unica, dura, difficile e apparentemente impopolare condizione necessaria per vivere una vita migliore.

Ma in una società come la nostra, globalizzata, multietnica e multilingue, non è più così semplice. Non basta salire in piedi su un banco e parlare di Whitman, di Lorca, di Joyce o di Milton per catturare la debole attenzione degli studenti. Magari non di tutti, ok, non generalizziamo, ma non deve essere uno scherzo, in ogni caso. Già la semplice comunicazione tra le persone inciampa sulla sua stessa base: la lingua. E non solo per ignoranza grammaticale, soprattutto per scarsa padronanza o indolenza o semplicemente per la diversa provenienza delle famiglie dei protagonisti.

Primi piani e spazi ristretti, nonostante le geografie degli studenti siano tutt’altro che soffocanti, è un film asciutto e allo stesso tempo ricchissimo che dall’interno di un’aula di scuola media racconta una società disorientata e disorganica che si ritrova imprigionata in un’ ideologia egualitaria che mette pericolosamente insegnanti e allievi tredicenni sullo stesso piano.
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venerdì 17 ottobre 2008

poi, invece,

succede.
succede che usciamo te e io e allora come allora ritorna la stessa forza di sempre. di essere e non di sembrare. succede che sono come sono e va bene. sembra una magia. non esiste più niente. non c'è pressione. c'è libertà. succede che ti ascolto e vedo i tuoi occhi che mi guardano ancora diffidenti. ormai lo abbiamo sdoganato, questo nostro. cinema d'autore, birra buona e amara e tu sei qui. poi non so cosa succede, ma sparisci e io rimango lì con la mia bici in mano a ripensare a quanto è stato bello. anche se è stato solo un po'. torno a casa, la città è deserta. dorme. ma adesso ci vado anch'io. mi sento a casa. rido di me stesso e succede perchè mi sono lasciato andare, senza dover tenere tutto sotto controllo. così, tu, io.
non so ancora come andrà. ci rivediamo forse la prossima settimana. ma va già bene così.
va molto meglio così.
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giovedì 16 ottobre 2008

strani giorni

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vivo strani giorni, qui al laboratorio. giorni di niente e di lavoro matto e disperatissimo a colpi di cronometro senza capire bene in fondo quanto si deposita nella memoria, nella ratio professionalis. a volte penso a quanto mi sento in gabbia e a quanto mi sento inadeguato, rispetto a tutto questo sistema che corre instancabile intorno a me. sono strani giorni di attese, di qualcosa che non succede ma che mi tiene in tensione verso il nuovo, verso il desiderio di essere sempre migliore. strani giorni di leggerezza nonostante il peso dei pensieri e delle ansie che la vita mi presenta, al termine della giornata, come si fa con un conto salato, alla fine di una buona cena. giorni di scelte e di proposte che invitano la fantasia a uscire dall'ordinario opaco e a tornare con lucidità alla vita vera che piace a me.

sono strani giorni da affrontare con fermezza, prendendoli come vengono.

guardo la realtà negli occhi e vedo il riflesso.
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giovedì 9 ottobre 2008

Colonia

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stanco confuso amaro inciampo non cado ricordo ritorno qui di nuovo scappo inseguito nuovo uno un sms in sospeso mille progetti nuove disattese silenzio e tempo che passa senza fretta











una cartolina da Colonia fa sempre un gran effetto
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