martedì 15 aprile 2008

se i giovani sapessero, se i vecchi potessero

perchè l'umanità si è arresa?

nel giorno in cui la destra si riprende il timone del titanic-italia e manda a casa (finalmente) una parte di classe politica troppo debole (adesso vediamo se cambierà qualcosa), mi passano per la testa alcune riflessioni.
la superficialità delle persone mi dà un senso di nausea. e rabbia. perchè ce l'hanno sempre vinta. la logica del denaro, fottere gli altri il più possibile per dimostrare la superiorità. quantità. qualunquismo. individualismo. ipocrisia. estremismi di un male radicato e presente da sempre nella nostra società. e oggi mi sembra ancora di più.
negli ultimi tempi ho tagliato parecchi rami sterili. una potatura inevitabile e liberatoria. cose, persone, attività, abitudini. resta solo una ristretta cerchia di eletti, una selezione di alta qualità che mi rigenera, mi ringiovanisce, mi dà le conferme giuste. non mi serve altro. adesso. l'ho potuto fare perchè c'è abbondanza, tutto sommato. e perchè ho riscoperto come sto bene con me stesso, senza per forza stare in compagnia, che la solitudine non fa paura e anzi mi permette di avere molto più tempo per me e per i miei tanti interessi. invecchiando sono diventato più difficile e schivo (come se non fosse abbastanza). certo, ci sono periodi più semplici, altri meno. ma ne vale la pena. sempre.

venerdì sera ho rivisto un paio di vecchi amici che non vedevo da tempo. uno ha scelto di fare il lavoro che gli piace, lontano da qui, ma che gli dà soddisfazione. professionalmente è realizzato. personalmente no. o solo in parte. sopravvive, non può crescere come vuole, sente i limiti culturali e locali. credo che prima o poi si stancherà e cambierà idea.
tornando a casa a piedi, ho ripensato a quanto è importante concretizzare i nostri pogetti. ma quanti sono? quanti si realizzano? dice quella pubblicità che il valore di un uomo si riconosce non dai suoi sogni, ma da quanti riesce a tradurre in realtà.
a dirla tutta, io non sono particolarmente preso dal mio lavoro. insomma, mediamente. ok, è un lavoro. cerco di impegnarmi. ma di sicuro lavoro per sentirmi bene dopo, fuori. per essere libero di scegliere. e lo posso fare davvero, cavoli! sono parzialmente soddisfatto di quello che faccio, tutto sommato. ma questo è solo la base. poi la vita vera è un'altra cosa e non ha niente a che vedere con i giochetti e le trappole che si tendono a clienti e concorrenti (perchè questo è lo stile del mio titolare e per quanto io non lo condivida, lo devo pur sempre rispettare). lavorare è molto simile a giocare. vivere è un'altra cosa.

l'altro mio amico mi ha presentato la fidanzata. a settembre si sposano.

lui - e sai dove andiamo in viaggio di nozze? a new york!
lei - io voglio andare da tiffany e fare colazione!
lui - si amore, buttiamo quegli 80 dollari per un caffè...
(...)

1 commento:

NoIsE ha detto...

Il problema vero è che l'uomo, in generale, non sa accontentarsi. Ne vuole sempre di più. Soldi. Amici. Amore. Sempre di più, non è mai abbastanza. E spesso non si sa neanche dove andare alla ricerca di questo più. Se tutti vivessimo con la convinzione che tutto ciò che abbiamo è un dono e fossimo riconoscenti per questo i problemi sparirebbero. In qualsiasi ambito.